L’Ordine e la schiavitù

S. Stefano dei Cavalieri – Ordine e schiavitù_testata – 462-7336

L’Ordine e la schiavitù

Principale compito dei cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano era la lotta per la difesa della cristianità contro gli infedeli, perseguita principalmente attraverso la guerra di corsa, una tipologia di scontro caratterizzata dal conflitto tra piccole flottiglie e dalla caccia alle navi avversarie, che nella seconda metà del Cinquecento, in particolar modo dopo la battaglia di Lepanto (1571), aveva ormai rimpiazzato la guerra condotta tra le grandi armate marittime.

I Cavalieri stefaniani si specializzarono in questo tipo di operazioni, tanto da essere riconosciuti in tutto il Mediterraneo come dei temibilissimi corsari cristiani. Le loro azioni si dividevano tra la protezione delle coste toscane, con un’attiva caccia alle galee ottomane e degli stati barbareschi nordafricani, e il saccheggio in territorio nemico, come nel caso di Bona, conquistata nel 1609 con una vittoria che fu subito celebrata a Pisa alla presenza di Cosimo II e divenne poi un tema classico della rappresentazione figurativa dell’Ordine e della dinastia medicea in Toscana, già a partire dalle tavole dipinte nel soffitto di Santo Stefano dei Cavalieri l’indomani dell’evento.

Principale conseguenza della guerra di corsa sul piano sociale era la schiavitù, una realtà ancora ben presente nell’Europa cristiana di età moderna. Gli schiavi che si trovavano in Toscana erano principalmente viaggiatori e soldati catturati dai Cavalieri stefaniani durante le loro operazioni ai danni del naviglio musulmano.

Molti dei prigionieri erano venduti nei numerosi mercati di schiavi presenti nel Mediterraneo, come Palermo o Napoli, mentre i più prestanti venivano portati a Livorno, che tra il XVI e il XVII secolo fu sede di uno dei principali centri di raccolta di schiavi di tutto il Mediterraneo. Qui essi erano rigorosamente registrati nei cosiddetti Libri delle prede e venivano poi utilizzati al remo, nelle operazioni di manutenzione del porto o come forza-lavoro per le opere pubbliche.

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S. Stefano dei Cavalieri – Ordine e schiavitù_incisione_1 – MET_DP818089
Stefano della Bella, Veduta del porto di Livorno con la statua di Ferdinando I e i cosiddetti 'Quattro mori' (dalle "Vedute del Porto di Livorno), 1655. New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 68.734.1
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S. Stefano dei Cavalieri – Ordine e schiavitù_incisione_2 – MET_DP818084
Stefano della Bella, Partenza di una galea dal porto di Livorno (dalle "Vedute del Porto di Livorno"), 1654-1655. New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 17.3.3294

Nella città labronica, che per volere di Ferdinando I de’ Medici si trasformò nel principale porto dello stato mediceo e base di tutte le azioni stefaniane, tra il 1598 ed il 1604 fu costruito il cosiddetto Bagno, unico edificio di questo tipo nel mondo cristiano assieme a quello di Malta. Visitato una decina di anni dopo dall’emiro Fakhr ad-Dīn, il «carcere per i prigionieri di guerra» di Livorno risultava composto da «quattro sotterranei lunghi», dove la notte erano alloggiati i malcapitati che, tramite delle aperture al di sopra, potevano essere controllati agilmente dall’alto dalle guardie, le cui stanze si trovavano al piano superiore. Il Bagno non era solamente una prigione-fortezza pensata per segregare migliaia di schiavi e forzati e mantenerli al riparo nella stagione invernale, ma anche un grande magazzino di manodopera per le biscotterie, costruzioni di navi e armi, e per opere pubbliche del granducato, costituendo così una vera e propria struttura produttiva.

Per quanto riguarda specificatamente il capoluogo pisano, il lavoro degli schiavi è testimoniato da Vincenzo Pitti nella sua Relazione di Pisa del 1616, che riferendosi alle galee afferma che si costruivano (oltre che a Livorno) anche nell’arsenale di questa città, dove lavoravano febbrilmente «almeno 170 stiavi». Una situazione analoga è registrata un secolo più tardi da Charles-Louis de Montesquieu che, giunto in città nel novembre del 1728, giudicava «durissime» le condizioni dei «bagni o prigioni degli schiavi», posti «vicino al cantiere» dove si lavorava alla flotta del granduca. Un’altra testimonianza, di poco precedente, dello scrittore De Rogissart, nel sesto tomo delle sue Délices de l’Italie, conferma come a Pisa schiavi fossero impiegati persino nelle operazioni di taglio e di pulizia del marmo, tanto che una tradizione locale riferiva a prigionieri turchi addirittura la lavorazione del porfido messo in opera nell’altare di Santo Stefano.

La schiavitù era dunque tangibile nella Toscana della prima età moderna, riconoscibile anche dall’abbigliamento e dalla capigliatura che contraddistinguevano gli individui in questa condizione. Normalmente gli schiavi del granduca erano rapati, ad eccezione di un solo ciuffetto nel centro della testa, e vestivano camicie, calzoni di tela o lino, un giaccotto di panno rosso, berretti di lana rossa. Una delle principali fonti da cui si traggono queste informazioni è la straordinaria raccolta di disegni della seconda metà del XVII secolo realizzata dal cavaliere Ignazio Fabroni, che registra anche episodi femminili di prigionia.

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Foto di Giandonato Tartarelli, Scuola Normale Superiore. Su concessione del Ministero della Cultura – Ville e residenze monumentali fiorentine – Direzione regionale Musei
Schiavitù – Volterrano – Battaglia di Bona – 1607 – Tartarelli – DSC_3124
Baldassarre Franceschini detto il Volterrano, Cosimo II riceve sul sagrato di Santo Stefano i cavalieri vittoriosi dopo l’impresa di Bona, ca. 1636-1646, particolare. Firenze, Villa Medici della Petraia
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«Chevalier de l’Ordre de St. Etienne»

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Su concessione del Ministero della Cultura / Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze, con divieto di ulteriore riproduzione o duplicazione con qualsiasi mezzo
Schiavitù_1709_De Rogissart
Cavaliere di Santo Stefano con tre uomini ridotti in schiavitù, in De Rogissart, Les delices de l'Italie etc., Leide 1709, VI, tavola tra pp. 50 e 51

Nel corso soprattutto del Seicento gli schiavi, quasi tutti individui sconfitti e fatti prigionieri dai Cavalieri nelle loro azioni sul mare, furono anche scelti come soggetti figurativi per celebrare la grandezza dei granduchi e dell’Ordine di cui questi erano gran maestri. Il caso più rinomato è il Monumento di Ferdinando I a Livorno, che ha alla base quattro enormi statue bronzee raffiguranti uomini in catene di etnie diverse, modellate e fuse da Pietro Tacca dopo uno studio dal vero di alcuni schiavi, tra cui Morgiano, e conosciute con il nome di Quattro mori. L’opera doveva esaltare il ruolo del Medici che, vestito con le insegne dell’Ordine, vi è rappresentato come dominatore del mare e vincitore dei corsari musulmani infedeli. A testimoniare ciò dovevano essere anche le riproduzioni bronzee di armi e insegne nemiche, poi trafugate e probabilmente fuse dai francesi nel 1799 durante l’occupazione della città in età napoleonica.

Il richiamo alle vittorie ottenute dall’Ordine sugli infedeli è chiaramente presente anche in Santo Stefano dei Cavalieri, pensata come chiesa ‘politica’ destinata alla gloria della dinastia e come chiesa-caserma piuttosto austera dove il culto si celebrava nell’impegno e nel ricordo della lotta a sostegno della religione. All’interno dell’edificio sacro fu abitudine affiggere i trofei predati dai Cavalieri alle navi nemiche, come ad esempio lanterne e bandiere, che rievocavano anche fisicamente le imprese descritte nel ciclo pittorico del soffitto, eseguito tra il 1604 ed il 1614. In questo merita particolare attenzione la scena con il Ritorno della flotta stefaniana dalla battaglia di Lepanto: un dipinto significativo, perché ricorda un evento fondamentale come Lepanto non seguendo l’iconografia classica incentrata sul momento dello scontro, ma descrivendo piuttosto il ritorno delle navi dell’Ordine a Livorno, cariche di gloria ma soprattutto di schiavi, vero bottino delle scorrerie dei corsari cristiani.

Di grande interesse sono inoltre i frammenti lignei, eseguiti nella seconda metà del Seicento ed esposti all’interno della chiesa solamente nella seconda metà del diciannovesimo secolo, non facenti pertanto parte del progetto decorativo originario. In questi la rappresentazione dei prigionieri, turchi e nordafricani, tra i quali si riconoscono anche donne e un bambino, evoca le statue del Tacca e offre un triste esempio di come la celebrazione dell’Ordine e della dinastia medicea passasse anche attraverso la degradazione del nemico sconfitto, il ‘musulmano infedele’ qui raffigurato non solo in catene, ma anche con ferocia quasi in termini grotteschi e addirittura animaleschi.

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Foto di Giandonato Tartarelli. Scuola Normale Superiore. Su gentile concessione del Demanio dello Stato
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Schiavitù – Volterrano – Battaglia di Bona – 1607 – Tartarelli – DSC_3124
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«Chevalier de l’Ordre de St. Etienne»

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