Nell’arco del suo sviluppo medievale, la Piazza dei Cavalieri ebbe vari nomi prima che vi si insediassero i cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano: nel Quattrocento, era nota come ‘Piazza del Capitano’, magistratura che vi mantenne la sede anche sotto la dominazione fiorentina. Prima ancora, tra Due e Trecento, la piazza compare nelle fonti come Piazza «del Popolo», «degli Anziani», o «delle Sette Vie». Se le prime due denominazioni si legano alla matrice stessa di questo centro politico, voluto dal governo del Popolo, l’ultima è di carattere topografico e merita qualche parola.
Piazza delle Sette Vie rinvia infatti alla confluenza di sette assi viari, oggi ridotti a cinque. Il toponimo sembra confermato da una fonte primo cinquecentesca, seppur di affidabilità incerta: la pianta di Pisa attribuita a Giuliano da Sangallo, così interpretata da Ewa Karwacka: «Le vie delineate nella pianta sono le seguenti: via del Monte Pio (attuale via U. Dini), una via nel sito dell’odierna sede del Genio Civile [il Palazzo della Canonica, n.d.a.], via San Frediano, una via nella zona tra le case attigue al Collegio Puteano e il Palazzo del Consiglio dei Dodici (già Palazzo dei Priori), via S. Rocco (poi via Corsica) , via Della Faggiola e via Del Nicchio (poi via Consoli del Mare), che allora immetteva sulla Piazza tra il Palazzo degli Anziani e la torre della ‘muda’». Sette vie, in effetti, ma molto difficilmente riconoscibili sulla pianta, che non consente una lettura univoca.
Una prova più tangibile dell’esistenza di assi viari medievali oggi scomparsi è giunta dagli scavi compiuti nel 1993 e tra il 2011 e il 2013 sulla piazza, e nel 2021 all’interno del Palazzo della Canonica. Con l’aiuto dei dati di scavo e delle fonti documentarie possiamo individuare, all’interno delle ‘sette vie’, almeno tre assi viari maggiori, che prendevano il nome dalle principali chiese circostanti: verso ovest, la ‘via di San Sisto’, odierna Via Corsica; la ‘via o «carraja» di San Frediano’, verso sud; la ‘via di San Felice’, odierna Via Ulisse Dini, diretta a est e verso il Borgo. Essi congiungevano cioè la nuova sede del Comune popolare attestata sulla piazza con altri, più antichi centri del potere pubblico: la chiesa di San Sisto, fondata dalle medesime famiglie protagoniste della prima esperienza comunale pisana, sede delle adunanze cittadine guidate dai consoli e, tra XII e XIV secolo, delle curie giudiziarie; la chiesa di San Frediano, sede giudiziaria nel XII secolo, e l’Arno, lungo il quale si trovava l’antico centro marchionale di San Nicola; infine, il nucleo comunale compreso tra le chiese di Sant’Ambrogio e di San Felice, sede della prima domus comunis del 1161 e poi del Podestà e del suo seguito, del tribunale dei pegni e dell’archivio degli atti giudiziari.
Più incerta è l’identificazione di un quarto accesso alla piazza, in corrispondenza della cosiddetta ‘via di San Sebastiano’ (o «Sancto Bastiano») menzionata dalla vivida descrizione dell’ultima battaglia urbana del conte Ugolino resa nei Fragmenta historiae pisanae: «E funno a la battaglia l’una parte, e l’altra; e sonnò la Campana del Comuno da la parte de l’Arcivescovo, e la Campana del Populo da la parte del Conte Ugolino. E fu la battaglia grande a cavallo e a piè, e di su le Torre e de le Case per la Carraja da l’una Corte e Palazzo a l’altro, e per la Carraja di Sancto Frediano, e per la via di Sancto Bastiano, e per l’altre vie […] e a la fine la parte del Conte Ugolino perdette; e rinchiusensi in del Palazzo del Populo tutta la sua giente». Rimane da chiedersi se la ‘via di San Sebastiano’ fosse tangente alla facciata della chiesa e quindi coincidente con la ‘via di San Felice’, oppure con la fiancata dell’omonimo edificio sacro, corrispondendo all’attuale Via Consoli del Mare. Questa seconda possibilità sembrerebbe più probabile data l’ipotesi ricostruttiva dell’ubicazione di San Sebastiano medievale proposta da Francesca Anichini e Gabriele Gattiglia nel 2007, ma al momento le fonti non ci permettono di fugare il dubbio.
Per quanto riguarda gli altri tre accessi alla piazza, rispettivamente in corrispondenza della Torre della Fame, del Palazzo dei Dodici e in rottura dell’isolato dell’odierno Palazzo della Canonica, le ben più scarne attestazioni documentarie suggerirebbero di considerarli non assi viari principali, bensì vie di circolazione di importanza (e larghezza) più ridotta, parte di una ‘viabilità minore’ di quartiere in uso fino al rifacimento vasariano della piazza.
Sul valore numerico e simbolico del toponimo «sette vie» si è espresso Emilio Tolaini, rimarcando la ricorrenza del numero sette tra i toponimi del centro cittadino tra il Borgo e la futura Piazza dei Cavalieri («via delle sette volte», «sette colonne», «sette corti o curie»), e evocando la possibilità di rintracciarne l’origine nell’anno 962, quando secondo la cronaca di Ranieri Sardo venne a Pisa l’imperatore Ottone I con sette suoi baroni, dai quali sarebbero discese sette nobili casate pisane.
Rimane da capire come si caratterizzavano gli accessi descritti sopra nel sistema di circolazione della piazza. Sappiamo che l’area urbana medievale doveva essere di dimensioni assai inferiori. Allo stesso modo, dobbiamo immaginare le vie di accesso ad essa come tendenzialmente più anguste, e pertanto più facilmente controllabili. La possibilità stessa di una circolazione spontanea non è da dare per scontata: le fonti scritte menzionano meccanismi di gestione degli accessi volti a ‘chiudere’ la piazza durante la notte, oppure in casi di particolare pericolo per le magistrature comunali. Così sarebbe accaduto durante l’insurrezione scoppiata nel 1335 contro il conte Fazio di Donoratico, narrataci dalla Cronica di Pisa del ms. Roncioni: «E levato lo romore molti citadini preseno a difender lo conte Fatio, e cola sua parte venne in sulla piassa delli Ansiani, e lo ditto messer Benedetto colla sua parte volseno entrare in sulla piassa, trovonno le catene tirate e non potetteno entrare, che ffu loro contraditta l’entrata. Alora tenneno per la via di Santo Sisto per montare in sulla piassa delli Ansiani preditta, e non poténo per le ditte chatene». I rivoltosi non riuscirono a penetrare comunque, ingaggiando piuttosto battaglia lungo la ‘via di San Sisto’, e curandosi di provocare – secondo l’anonimo autore – un’evasione dalla prigione comunale e l’incendio degli atti della curia maleficiorum (il tribunale penale) del Comune.
L’espressione «catene tirate» resta nebulosa e si spiegherebbe forse con la presenza, in corrispondenza degli ingressi alla piazza, di porte chiuse da catene: un segno tangibile del potere comunale su uno spazio ‘selettivamente pubblico’.
Iscriviti alla newsletter di Piazza dei Cavalieri
e resta aggiornato sui progressi e sulle novità del progetto.