Frammenti di galee

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Frammenti di galee

Strumenti di celebrazione dell’Ordine di Santo Stefano nel suo ruolo di difensore della religione cristiana sono le piccole sculture e i monumentali altorilievi in legno policromo ancora oggi conservati nella chiesa dei Cavalieri: frammenti decorativi di galee, ossia delle imbarcazioni poliremi utilizzate dai Cavalieri nelle loro spedizioni per mare.

I pezzi, identificabili con quelli ricordati nel 1792 da Alessandro da Morrona «in un arsenale presso la porta a mare» e verosimilmente risalenti al regno di Cosimo III de’ Medici, tra fine Seicento e primo Settecento, sono attribuiti per tradizione a Santi Santucci detto il Santino, maestro intagliatore pisano, sebbene gli studi più recenti vi abbiano individuato la compresenza di varie mani, propendendo quindi per un più esteso rimando anche alla bottega dell’artista (tra i nomi dei possibili collaboratori è stato avanzato quello di Andrea Mattei).

Citati ancora nel 1838 da Ranieri Grassi all’interno del medesimo deposito, nel 1846 i pezzi, allora di proprietà del legnaiolo Cosimo Tronci, furono al centro di alcuni carteggi stefaniani, che li descrivono come «ornati in basso rilievo di legno i quali hanno al suo tempo servito di fodera ad una di quelle antiche galere, o che i pisani repubblicani in corso spedivano contro i Saraceni, o che i cavalieri militi di Santo Stefano armavano nelle antiche loro caravane, sempre gloriose e felicissime. E nell’uno e nell’altro caso sono ricchi monumenti di arte navale». Nell’agosto di quell’anno le decorazioni lignee furono infine vendute all’Ordine dallo stesso Tronci, il quale «con zelo di patria» aveva rifiutato le mille lire offerte dal Ministro della Difesa francese, che le avrebbe volute acquisire per l’arsenale navale di Tolone, e preferito cederle ai cavalieri di Santo Stefano per ottocento lire: «onde Pisa non perda un classico monumento che le sue marittime spedizioni anche in quel senso può rammentare».

Le testimonianze documentarie, in parte già raccolte e commentate all’inizio del Novecento da Alfredo Giusiani, attestano che i frammenti provenivano da almeno due distinte imbarcazioni (meno verosimilmente, come pure è stato ipotizzato, dalla cosiddetta ‘Peota dorata’, una nave medicea da parata già utilizzata per la traslazione delle reliquie di santo Stefano e poi smantellata nel Settecento) ed erano stati più volte utilizzati come addobbi provvisori in occasione della corsa delle fregate in Arno: un palio tradizionale ancora oggi celebrato a Pisa nel giorno di San Ranieri (17 giugno). Valutati in vista della vendita come «opere dei giorni medicei, non dei tempi più vecchi della Repubblica pisana, come vorrebbe chi ne propone l’acquisto», una volta divenuti di proprietà della Religione i pezzi furono dapprima destinati «come un nobile documento d’Istoria» alla Sala delle Armi gentilizie – attuale Sala Azzurra – all’interno del Palazzo della Carovana, per essere poi spostati nella navata di Santo Stefano dal 1867, a conclusione dei restauri nella chiesa.

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Foto di Giandonato Tartarelli, Scuola Normale Superiore. Su gentile concessione del Demanio dello Stato
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Santi Santucci detto il Santino (e aiuti), Aquila lignea, XVII-XVIII sec. Pisa, Santo Stefano dei Cavalieri, entrando a sinistra dell’altare
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Foto di Giandonato Tartarelli, Scuola Normale Superiore. Su gentile concessione del Demanio dello Stato
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Santi Santucci detto il Santino (e aiuti), Aquila lignea, XVII-XVIII sec. Pisa, Santo Stefano dei Cavalieri, entrando a destra dell’altare

Ai lati dell’altare maggiore, sotto le cantorie degli organi, sono rispettivamente disposte due aquile con possenti ali piumate e lungo collo, una delle quali (guardando l’altare, a sinistra) sembra in realtà configurarsi come una creatura fantastica, più simile semmai a un avvoltoio o al mitico dodo (nel Seicento non ancora estinto). Entrambe mutile di un artiglio, esse si trovano ancorate a basi a volute visibilmente staccate da più ampi pannelli, da immaginare posti a decorare delle fiancate di prua. Sulle pareti lunghe sono collocate invece due sculture lignee più piccole, che recano, entro volute asimmetriche e armi spezzate (lance e frecce), teste di uomini con lunghi baffi, connotati, secondo le convenzioni visive dell’epoca, come ottomani. Il soggetto era del resto piuttosto comune nelle galee medicee, e ad esempio già nel 1600 Giovanni de’ Medici ordinava a Ruberto Lottieri, provveditore dell’Arsenale, di far fare «una testa con un turbante per la galera bascia».

In controfacciata, ai lati del portale di accesso, sono allestite due spalliere, provenienti da due distinte propaggini di poppa, l’una terminante in un leone che sorregge tra le zampe anteriori un bisante con gigli dorati, l’altra in un mostruoso drago marino. Entrambe sono composte da una successione di cornici che inquadrano trofei turchi e panoplie, intervallati da mascheroni e cartigli. L’asse lignea orizzontale che corona, come una mensola, le due composizioni, è in un caso sormontata da un ulteriore mascherone, nell’altro da un cannone.

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Foto di Giandonato Tartarelli, Scuola Normale Superiore. Su gentile concessione del Demanio dello Stato
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Santi Santucci detto il Santino (e aiuti), Spalliera lignea con mascheroni, panoplie e un leone, XVII-XVIII sec. Pisa, Santo Stefano dei Cavalieri, entrando a destra dell’ingresso
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Santi Santucci detto il Santino (e aiuti), Spalliera lignea con mascheroni, panoplie e un drago marino, XVII-XVIII sec. Pisa, Santo Stefano dei Cavalieri, entrando a sinistra dell’ingresso
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Foto di Giandonato Tartarelli, Scuola Normale Superiore. Su gentile concessione del Demanio dello Stato
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Santi Santucci detto il Santino (e aiuti), Cartiglio ligneo con panoplie e un volto maschile bendato, XVII-XVIII sec. Pisa, Santo Stefano dei Cavalieri, entrando a sinistra dell’altare
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Santi Santucci detto il Santino (e aiuti), Frammenti lignei ricomposti in spalliera con panoplie, mascheroni, aquile e figure di uomini, donne e un bambino prigionieri, XVII-XVIII sec. Pisa, Santo Stefano dei Cavalieri, entrando a destra dell’altare

Già in queste due composizioni alcuni dettagli, sia di semplice oggettistica, come lanterne e turbanti ottomani esibiti quali trofei di vittoria, sia antropomorfi, come la testa mozzata di un nemico turco tra gli artigli del drago o il volto di un giovane subsahariano inserito come un elemento decorativo in una panoplia, confermano la brutale e discriminante regia comunicativa di questi materiali lignei, addirittura amplificata nei due altorilievi sovrapposti appesi sulla parete destra della chiesa (spalle all’ingresso). Su quello inferiore, tra due aquile minacciose sormontate da altrettanti mascheroni e posizionate all’inizio e alla fine della sequenza, troviamo a sinistra e a destra rispettivamente una donna e un bambino africani, e al centro due uomini in catene, con pelle di differente colore, il tutto contornato da vessilli, lance, turbanti e frecce. Immagini di prigionieri (uomini e donne, sia africani che turchi) si trovano anche nel frammento superiore, dal quale si dipartono due bandiere: un’efferata sequenza di figure barbaramente ridotte in catene, addirittura trasfigurate in grottesche caricature, con i seni nudi nel caso delle donne, i volti dagli occhi strabuzzati e i corpi contorti in pose innaturali, nel caso degli uomini. Particolarmente brutale, poi, è l’inclusione tra i prigionieri di un bambino. Come confermano anche gli episodi dipinti sul soffitto della chiesa, gli schiavi costituivano di certo il bottino più ambito per i cavalieri stefaniani e la loro raffigurazione multietnica in questi rilievi trova riscontro nei resoconti dell’epoca, che confermano la presenza sulle galee medicee di tre distinti gruppi: sia prigionieri provenienti dal nord Africa (dalla pelle più chiara), sia di origine subsahariana (dalla pelle più scura), sia turchi (caratterizzati nei rilievi da vistosi baffi).

Tutti questi pezzi, tra loro sconnessi perché pertinenti a navi diverse, furono accostati nel tardo Ottocento in veri e propri pastiches funzionali all’allestimento, variati a seguire secondo diverse composizioni: una preziosa serie di disegni a pastello realizzati dal già citato Giusiani nel 1933 ne attesta, ad esempio, una disposizione sulle pareti non corrispondente all’assetto attuale. I documenti custoditi presso la Soprintendenza di Pisa provano, infine, il passaggio nel 1892 sul mercato antiquario fiorentino di un secondo leone ligneo, indicato come proveniente da Santo Stefano e illustrato nel relativo catalogo di vendita, dal quale se ne traggono fattezze del tutto simili a quelle del leone inglobato nella spalliera presente in chiesa. Poco più di un decennio prima, infatti, il Demanio aveva autorizzato la dismissione a prezzi ribassati di vari oggetti appartenuti all’arredo dell’edificio sacro e in quel momento accantonati nei magazzini.

Sul piano conservativo le carte registrano nel 1916 la pulitura e manutenzione di tutti gli elementi lignei e, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, ulteriori interventi di manutenzione ordinaria e spolveratura delle spalliere a parete, mentre nel 2000 si procedette al restauro delle due aquile tuttora disposte ai lati dell’altare maggiore.

Copyright:
Ministero della Cultura, Biblioteca Universitaria di Pisa
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Alfredo Giusiani, Rilievo con prigionieri e panoplie, 1933. Pisa, Biblioteca Universitaria, Ms. 1033, tav. XXVII
Copyright:
Ministero della Cultura, Biblioteca Universitaria di Pisa
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Alfredo Giusiani, Aquile con panoplie e mascheroni, 1933. Pisa, Biblioteca Universitaria, Ms. 1033, tav. XXVIII

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