La libertà comunale

Libertà comunale – testata – Public domain OA – Rijksmuseum, inv. RP-P-2016-49-100-1

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La libertà comunale

Le libertà comunali dell’XI e XII secolo non sono una prerogativa di Pisa: negli stessi anni sorgono autorità popolari anche in altre realtà municipali dell’Italia settentrionale come Milano, Cremona, Piacenza e Asti. Le prime attestazioni dell’autogoverno della città toscana risultano dunque in linea con un processo diffuso e sono contenute in due documenti. Il primo è il cosiddetto ‘lodo delle torri’: databile tra il 1089 e il 1092 e redatto su impulso del vescovo (arcivescovo dal 1092) Daiberto. Qui si menziona per la prima volta un «commune colloquium civitatis» (un’assemblea cittadina) dotato di poteri esecutivi – della volontà di Daiberto stesso – e in parte giudiziari. Il secondo documento è il cosiddetto ‘lodo di Valdiserchio’ datato tra il 25 marzo 1091 e il 24 marzo 1092. In esso si confermano le prerogative ‘esecutive’ del populus pisano. In tale configurazione istituzionale, il vescovo si candidava a essere il punto di equilibrio (come scrive Alma Poloni) all’interno di un corpo sociale lacerato tra oppositori e sostenitori dell’impero (e dell’imperatore dell’epoca, Enrico IV).

Questa cornice politica garantì, come in altre realtà comunali, la stabilizzazione di un’altra magistratura di grande importanza: il consolato, ovvero un collegio di magistrati eletti che si occupava di giustizia amministrativa, politica estera e governo militare, generalmente partecipato dalle famiglie dell’aristocrazia locale. Nella seconda metà del XII secolo non viene più convocata a Pisa l’assemblea plenaria dei cittadini e l’assenza di una rappresentanza politica per ampi strati della popolazione esacerba le tensioni sociali. Anche l’assemblea composta dai maggiorenti della città si riunisce solo in caso di guerra e non ha effettivo peso politico, garantendo di fatto il dominio a un ristretto numero di famiglie aristocratiche, da decenni al potere. Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, il consolato, come organo collegiale, viene sostituito dalla figura monocratica del podestà, inizialmente selezionato tra le personalità più in vista della città, per poi privilegiare figure estranee alla vita comunale. Nel corso della prima metà del Duecento torna quindi a diventare impellente la volontà partecipativa della rappresentanza popolare, per affiancare il podestà nelle sue funzioni di governo.

Dopo la morte dell’imperatore Federico II (1250), che aveva promosso un’ampia riforma degli assetti istituzionali toscani salvaguardando tuttavia i privilegi di Pisa, riprende la profonda conflittualità tra le fazioni aristocratiche. Durante i negoziati di pace a seguito della guerra con Firenze, nel 1254, fanno la prima comparsa nei documenti ufficiali gli Anziani del Popolo, una nuova magistratura collegiale, e il capitano del Popolo, che si affianca al potere podestarile. In questa nuova realtà politica, l’assemblea legislativa viene ora composta da una doppia struttura: da un lato il consiglio del Senato e il consiglio della Credenza (entrambi convocati dal podestà), mentre dall’altro il consiglio del Popolo (convocato al contrario dal capitano del popolo). Se ai primi due è affidato il compito di proporre leggi, a quest’ultimo spetta la decisione sulla ratifica. In tale fase, che perdurerà, pur con ampie oscillazioni, fino alla conquista fiorentina del 1406, il potere dell’élite nobiliare si riduce notevolmente: questa ha accesso al consiglio del Senato e della Credenza, ma è esclusa dal consiglio del Popolo, nonché dall’anzianato. Una delle infrazioni più rimarchevoli a tale situazione è rappresentata proprio da uno degli episodi più icastici della storia della Pisa medievale: la diarchia venutasi a creare dal 1286 quando Ugolino della Gherardesca ricoprì la funzione podestarile e il nipote Nino Visconti la carica di capitano del Popolo, avviando quella spirale di crisi istituzionale che condusse all’imprigionamento e alla morte del conte (nonché ai celebri versi di Dante).

Nonostante un quadro in costante evoluzione e una continua conflittualità che attraversa – in modo anche drammatico – il corpo sociale, i secoli della libertà comunale coincidono con la fase di massimo splendore della città di Pisa: vedono il fiorire delle sue arti, l’espansione dei suoi commerci su scala mediterranea e l’affermazione del suo potere politico. La presenza di un articolato sistema istituzionale fornì poi un poderoso impulso alla promozione di un vasto riassetto urbanistico che trasformò lentamente il cuore della civitas in un quartiere governativo che dall’attuale Piazzetta Luciano Lischi, già del Castelletto, giungeva sino alla futura Piazza dei Cavalieri. Indicata come Piazza del Popolo o degli Anziani, perché sede del potere del Popolo e delle sue più importanti magistrature, dal Trecento quest’area urbana diventava anche uno dei teatri principali della ritualità e partecipazione cittadine, tra cerimonie religiose (come la festa del Corpo di Cristo o le processioni per scongiurare la peste) e amministrazione della giustizia.

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Note:

212 x 225 mm

Copyright:
Public Domain
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