La Sala degli Stemmi del Palazzo dei Dodici è ornata dagli scudi di quattordici cavalieri di Santo Stefano di particolare prestigio. Si tratta di una serie incoerente per caratteristiche formali e data d’esecuzione e, come confermano gli anni d’ingresso nell’Ordine, indicati nell’epigrafe che accompagna ciascun blasone, gli ultimi (in ordine cronologico) furono di certo realizzati tra lo scorcio del Seicento e il primo Settecento. Ad ogni modo, è probabile che tutti furono qui collocati solo dopo che Cosimo III de’ Medici, nel 1691, aveva acquistato l’edificio per donarlo all’istituzione militare-religiosa.
Fra queste armi, per il fatto di essere l’unica scolpita in marmo e per la finezza d’intaglio che la caratterizza, spicca quella del duca Cosimo de’ Medici. A informarci dell’afferenza è la targa sottostante, con lettere e cornice evidenziate con l’oro. Così recita l’iscrizione ivi incisa: «COSM(VS). MED(ICEVS). / FLOR(ENTINVS). ET SEN(ATOR) DVX / FV(N)DATOR ET. M(AGNVS).M(AGISTER). / MDLXII» (‘Cosimo de’ Medici, duca e senatore fiorentino, fondatore e gran maestro, 1562’). L’anno indicato, dunque, ricorda il momento in cui Cosimo istituì l’Ordine e ne divenne gran maestro.
Lo stemma mediceo è sormontato da una corona ducale e presenta, su un campo d’oro, cinque palle rosse e una palla blu con i tre gigli dorati di Francia (un privilegio che fu concesso nel 1465 dal re Luigi XI a Piero il Gottoso). Il terzo superiore dell’arme, invece, è occupato dal cosiddetto capo di Santo Stefano, e cioè da una fascia bianca – che nel linguaggio dell’araldica andrebbe in realtà definita d’argento – con una croce rossa a otto punte, presente nel blasone di tutti i cavalieri stefaniani. Infine, a recingere il bordo inferiore dello scudo è il collare del Toson d’Oro, ostentato con grande orgoglio. L’ornamento, riconoscibile dal pendente a vello d’ariete dorato, veniva conferito a chi entrava a far parte del prestigiosissimo ordine, di cui l’imperatore Carlo V era divenuto gran maestro grazie alla sua ascendenza dai duchi di Borgogna. Cosimo ne fu insignito per volontà dell’Asburgo e vestì il collare l’11 agosto 1546, durante una cerimonia appositamente allestita nella cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze: un momento, questo, simbolicamente importante nella legittimazione del potere del duca.
Il raffinato scudo nel Palazzo dei Dodici non sembra affatto compatibile, per le sue caratteristiche formali, con una datazione a ridosso del 1691; piuttosto, la foggia del cartoccio parrebbe suggerire una cronologia che si spinge poco oltre la metà del Cinquecento, in linea, per l’appunto, con l’anno riportato nell’epigrafe. A suggerirlo è soprattutto il mascherone che lo decora, concepito con le fattezze di un giovane satiro (come tale lo identificano il muso caprino e le orecchie allungate). C’è infatti una stretta vicinanza agli ornati delle fontane a candelabra della Villa medicea di Castello, due fra le maggiori imprese che impegnarono Niccolò Tribolo e il suo seguito nel sesto decennio del Cinquecento, e assai significativo, da questo punto di vista, è il confronto coi mascheroni barbuti della fontana di Venere Anadiomene: una vicinanza che è sia tecnica, col trapano che scava per solcare d’ombre le cavità oculari e l’apertura della bocca, sia stilistica, col marmo intagliato con un medesimo e acutissimo senso pittorico del rilievo.
In particolare, anche nello stemma pisano, i passaggi di piano e chiaroscurali sono delicatamente modulati, il risentimento della muscolatura facciale è restituito con trapassi vibranti e addolciti e le ciocche dei capelli sono sfilate con estrema sottigliezza, così da conferire alla chioma «morbidezza» e «piumosità» (due valori su cui Giorgio Vasari, come scrive nelle sue Vite, misurava l’abilità di uno scultore). Questi caratteri ben si addicono alla mano di un artefice attivo in questi anni alle dipendenze di Cosimo nel cantiere di Piazza dei Cavalieri: Stoldo Lorenzi, iniziato al disegno dal pittore Girolamo Macchietti e poi allevato nella bottega del Tribolo, che sempre avvertì forte la competizione con la pittura nel «dimostrare manualmente quello che è ’l vero».
Alla luce di queste considerazioni, per quanto sia azzardato tentare un’attribuzione sulla base di un unico elemento figurativo, assai suggestiva è la proposta di identificare quest’arme oggi al Palazzo dei Dodici con quella attestata dai documenti, che lo scultore avrebbe realizzato entro il 24 gennaio del 1564, ricevendone cinque giorno dopo, il 29 gennaio, un pagamento di ben sedici scudi: se si considera che i cavalieri pagavano abitualmente tre scudi per il loro stemma in pietra dipinta al momento dell’ingresso nell’Ordine, è plausibile che una somma tanto elevata corrispondesse a un’opera di marmo di un certo impegno formale. Dai documenti, infine, sappiamo che lo stemma fu stimato da Davide Fortini e che era destinato a figurare sopra il cornicione nella «Sala grande», ovvero la Sala Azzurra, del Palazzo della Carovana, dove però attualmente, nell’importante serie che ancora vi è conservata, non si trova alcun emblema del duca. Difatti, in Sala è sì presente lo scudo di un ‘Cosimo de’ Medici’, ma si tratta dell’omonimo discendente di Vieri di Cambio, che vestì l’abito di cavaliere il 1° maggio 1562. Dunque, riassumendo, è probabile che lo scudo ducale di Stoldo, dopo aver soggiornato per poco più di un centinaio di anni in Carovana, sia stato trasportato dalla fine del Seicento nel palazzo di fronte, entrato finalmente nelle disponibilità dell’Ordine e subito destinato a ospitare uno dei suoi più importanti organi di governo.
Se questa ipotesi fosse corretta, l’arme, proprio in virtù del sensibile pittoricismo che la informa, non stonerebbe di fianco ad alcune opere certe dello scultore databili tra gli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta del Cinquecento. Fra queste, sarà opportuno ricordare l’altro, colossale, stemma mediceo-stefaniano nella facciata della Carovana, il gruppo dell’Annunciazione proveniente da Santa Maria della Spina e oggi conservato in Santa Chiara (entrambe chiese pisane), il Nettuno bronzeo dell’omonima fontana di Boboli o l’Adamo della facciata di Santa Maria presso San Celso a Milano, ricoverato dal 1903 nel Museo d’Arte antica del Castello Sforzesco.
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