Ori, Una sosta e Tra passato e presente

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Luciano Ori

Una sosta e Tra passato e presente

Copyright:
Foto di Serge Domingie. ©️ Centro Pecci, Prato
Carovana – Interno – Pecci – Ori Una sosta – Domingie
Luciano Ori, Una sosta, 1997. Pisa, Palazzo della Carovana, secondo piano, Stanze della Direzione
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Foto di Serge Domingie. ©️ Centro Pecci, Prato
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Luciano Ori, Tra passato e presente, 1999. Pisa, Palazzo della Carovana, secondo piano, Stanze della Direzione

Allestiti dal 2014 nelle Stanze della Direzione, i due collages Una sosta (1997; Collezione Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, inv. n. 627; ingresso nel museo nel 2009) e Tra passato e presente (1999; Collezione Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, inv. n. 622; ingresso nel museo nel 2009) sono stati realizzati dall’artista fiorentino Luciano Ori (1928-2007). Rispetto agli altri fondatori del Gruppo 70, in maggioranza poeti e scrittori, Ori aveva cercato fin da subito di promuovere una convergenza di tutte le discipline, in una riproposizione contemporanea del concetto di ‘opera d’arte totale’ di Richard Wagner. Oltre agli spartiti di «musica visiva», di cui sono esposti alcuni esemplari nell’anticamera della Sala degli Stemmi, talvolta Ori si servirà anche di supporti extra-artistici, come gli scontrini e i biglietti del treno. In Una sosta (70 x 50 cm) l’osservatore si imbatte in una serie di informazioni (l’orario, la data, il numero di caffè ordinati al bar) che vengono a formare il diario di un moderno pendolare. Rispetto all’impersonalità di altri collages di Ori, che escludono totalmente la soggettività dell’artista, gli scontrini diventano, per paradosso, uno specchio identitario. Sulle fatture fiscali troviamo, infatti, il nome dell’autore e le sue abitudini quotidiane: come ha scritto Ermanno Migliorini, «un conto del ristorante» diventa, così, «evocazione di un tempo perduto» e «materia di sogno». Le scritte sovrapposte ai ritagli (spesso precedute da una virgola, che suggerisce l’ideale apertura del discorso) riguardano il tema del viaggio, coinvolgendo verbi di moto («, andando», in Una sosta) o allusioni allo spostamento-esilio.

Una sosta appartiene, inoltre, a un secondo gruppo di opere, assimilabili alla serie dei Vetri infranti, che Ori realizzerà tra il 1996 e il 1998. In questi lavori un taglio interrompe la superficie della tela, svelandone l’interno e generando una sospensione surreale simile a certi quadri di René Magritte. In Una sosta, in alto a destra, all’osservatore sembra addirittura di poter staccare la crosta esterna dell’immagine, sotto la quale s’intravede un pezzo di cielo. Rimuovendo la pellicola della finzione artistica, si ritrova, dunque, la natura o, almeno, la sua rappresentazione fotografica.

Anche Tra passato e presente (50 x 70 cm) può essere collocato, fin dal titolo, in un ciclo tematico coerente, incentrato sulla questione del tempo o, meglio, su una condizione di simultaneità tra passato, presente e futuro. «Un minuto lungo una vita», si legge nel più vicino dei giornali aperti sulla scrivania che occupa quasi interamente il collage. La compresenza dei livelli temporali si può rintracciare nei titoli di altre opere successive, come Ora e sempre (2003) oppure al centro di un’Edicola del 2004, dove campeggia la scritta «Accadde domani», in una temporalità ‘fuor di sesto’ che sembra infiltrarsi, insomma, in numerose didascalie di Ori.

Tra passato e presente si presenta all’osservatore come un tavolo di lavoro su cui sono disposti almeno cinque giornali, una pila di buste e delle lettere bianche da compilare. I fogli sono semi-coperti da una valigetta ventiquattrore e da sette paia di occhiali neri, tenuti saldamente da delle inquietanti ‘mani senza corpo’, disposte attorno a una superficie più simile al tavolo di una seduta spiritica che non a una scrivania. A questa rappresentazione in bianco e nero si sovrappongono, per contrasto, degli oggetti a colori: una mela verde, una mela rossa, un portauovo e una tazza. Come nell’opposizione tra cielo/natura e arte/cultura suggerita nei Vetri infranti, qui il colore stabilisce una divisione radicale tra lavoro e dopo-lavoro, tra alienazione e bisogni primari. L’opera di Ori somiglia dunque a una natura morta di frutta e oggetti d’uso, dove a essere morto è, in realtà, il consumatore, più sbiadito e inumano delle merci che egli stesso produce.

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