Luciano Ori, Crescendo N. 3. Op. K.766 e Collages

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Luciano Ori, Crescendo N. 3. Op. K.766 e Collages

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Foto di Serge Domingie. ©️ Centro Pecci, Prato
Carovana – Interno – Pecci – Ori Crescendo N. 3 – Domingie
Luciano Ori, Crescendo N. 3. Op. K.766, 1977. Pisa, Palazzo della Carovana, terzo piano, anticamera della Sala degli Stemmi
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Foto di Serge Domingie. ©️ Centro Pecci, Prato
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Luciano Ori, Collages, 1995-1998. Pisa, Palazzo della Carovana, terzo piano, anticamera della Sala degli Stemmi

Allestiti dal 2014 al terzo piano del Palazzo della Carovana, nell’anticamera della Sala degli Stemmi, Crescendo N. 3. Op. K.766 (1977) e i cinque Collages realizzati tra il 1995 e il 1998 sono opere di Luciano Ori (Firenze, 1928-2007). Pur appartenendo a fasi diverse del suo percorso artistico, questi lavori sono legati da una comune ricerca sui rapporti tra poesia visiva e impaginazione musicale. A partire dal 1972, Ori progettò un ciclo di partiture in versi in cui le parole, i ritagli dai rotocalchi e le fotografie venivano a distribuirsi su un unico pentagramma. Crescendo N. 3. Op. K.766 (43 x 30 cm) appartiene a questo primo momento di sperimentazione poetico-sonora, che coinvolse altri autori del Gruppo 70, tra cui Giuseppe Chiari e Antonio Bueno. Nonostante la somiglianza esteriore con gli spartiti, però, i collages di Ori non diventarono mai istruzioni per l’esecuzione di un concerto (reale o ideale) ma mantennero, piuttosto, un valore puramente estetico, da calligrammi musicali.

I cinque collages su carta degli anni Novanta (tutti di 70 x 50 cm), invece, sono stati realizzati quando ormai la «musica visiva» di Ori aveva ricevuto una piena consacrazione ufficiale, grazie a due mostre risalenti all’estate del 1987 presso la Galleria Metastasio di Prato e la Stamperia della Bezuga di Firenze. Per queste occasioni allestitive, Ori scelse dei titoli esplicitamente musicali (Danza, Notturno, Studio) combinandoli con alcuni oggetti d’uso quotidiano o elementi astratti. Segnali stradali, rondini, fiori: ogni elemento può trasformarsi in uno “strumento” di questa orchestra verbo-visiva. Nel caso di Etude-Tableaux M5. Allo specchio (1995) il titolo trova una conferma indiretta nei pettini che imitano la successione più o meno ravvicinata delle note sul pentagramma. Anche le didascalie sembrano ricollegarsi idealmente al rituale mattutino della toelettatura, da «allegretto grazioso» a «con calma». Le stesse didascalie ritornano, poi, in collage diversi, trasformando la ripetizione in una vera e propria firma d’autore. Basti pensare all’espressione «come un grido», che compariva nel Crescendo N. 3 e che ritorna, vent’anni dopo, in Etude Noir 5. Notturno (1997), così come l’avvertenza «lento misterioso», presente in entrambi i collages.

I lavori allestiti alla Scuola Normale offrono, dunque, un campionario particolarmente illustrativo della produzione di Ori. Una vera e propria «Sonata umana» (come recita il titolo di un’opera del 1972) in cui la ripetizione scandisce il tempo della vita, interrompendo la cornice prescrittiva del collage per suggerire ciò che sfugge all’arte – dai bottoni di Etude Noir 1. Danza asola (1997) e della Danza del bottone. Opera M.101 (1998) alle onde di Etude Noir 21. La mer et la nuit (1998). L’oggetto, infilzato nel pentagramma come un feticcio visivo, suggerisce l’inadeguatezza di qualsiasi operazione che sogni di rimanere soltanto artistica; un gesto estetico separato dalla vita. Senza diventare mai religione della cosa, l’arte di Ori vuole essere l’ideologia di quella cosa, in bilico tra formalismo e realtà, tra concerto e voce.

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